MESSINA, l’inferno è servito: il pareggio a Ragusa condanna i biancoscudati all’Eccellenza
Finisce 0-0 l’ultima battaglia. I giallorossi retrocedono in Eccellenza tra le lacrime dei tifosi. L’ennesimo strazio di una storia che da 20 anni non vede luce.
Non c’è più nulla da salvare. Il Messina pareggia a Ragusa e sprofonda in Eccellenza. L’epilogo più amaro, il punto più basso della storia dell’ACR.
Per 90 minuti non si è vista una squadra. Nessuna idea, nessuna trama, nessuna voglia vera. Solo un lungo, estenuante trascinarsi verso un destino che sembrava già scritto. Una squadra spenta, incapace di creare, che si è svegliata solo nel finale per inerzia, più che per rabbia. Esposito, il portiere del Ragusa, ha salvato i suoi con due interventi decisivi. Troppo poco per meritare la salvezza. Troppo tardi per accorgersi che bisognava lottare.
Quando si retrocede, le colpe sono di tutti. Dell’allenatore arrivato come salvatore della patria e rivelatosi non all’altezza di un compito che non ammetteva errori. Ne ha commessi tanti, troppi, quando il margine era zero. Dei giocatori, alcuni arrivati a gennaio come colpi “fuori categoria” e poi dimostratisi inadatti, fantasmi in campo proprio quando servivano i leader. Della società, soprattutto. Da quando si è insediata ha inanellato una scelta sbagliata dopo l’altra, e oggi il conto lo paghiamo tutti noi.
Bastava poco, dopo uno strepitoso girone d’andata. Ma come sempre, chi viene a Messina sembra aver piacere a complicarsi il lavoro. Autolesionismo puro, diventato ormai un marchio di fabbrica.
Oggi ci lecchiamo ferite che da 20 anni ci lacerano. Vent’anni senza vedere luce in fondo al tunnel. Vent’anni di promesse, illusioni, cadute. E oggi il fondo lo abbiamo toccato davvero.
L’immagine finale dice tutto: i giocatori in mutande davanti alla curva, costretti dai tifosi a togliersi la maglia. Una maglia forse un po’ troppo pesante per dei giocatori non proprio all’altezza del peso. Perché quella maglia pesa, e loro non l’hanno retta.
Ora saranno mesi di tribunali, squadre sull’orlo del fallimento, possibili ripescaggi, voci, speranze a cui siamo fin troppo abituati ma che speravamo di evitare con una salvezza sul campo. L’ennesimo limbo, l’ennesima attesa tossica.
Il futuro non lo conosciamo. Lo immaginiamo. E fa paura.
Oggi non è solo una retrocessione. È un dramma sportivo. L’ennesimo. Il peggiore.
