Messina – prima, durante e dopo il 90°
Intervallo di Messina–Scordia, andata dei quarti di finale della Coppa Italia di Eccellenza. Tabellone fermo sullo 0-0. Bastano pochi secondi e un’occhiata ai social per trovarsi davanti ai soliti commenti dei tifosi: “Vergogna“, “Allenatore scarso“, “Squadra impresentabile“.
Poi la partita finisce, la palla entra, il Messina vince 1-0 e le stesse persone, come se niente fosse, scrivono l’esatto contrario.
È una cosa su cui tutti dovremmo fermarci a riflettere. Perché la critica a fine partita, quando una prestazione non è andata bene, ci sta ed è parte del calcio. Ma il vero paradosso è la fretta di condannare tutto dopo appena quarantacinque minuti. E la cosa fa ancora più effetto se pensiamo che sta succedendo mentre la squadra non ha ancora perso una sola gara ufficiale, con un cammino importante fatto di 9 vittorie e 2 pareggi su 11 partite. Un buon percorso, in cui persino uno dei due pareggi – quello con la Leonzio – ha mostrato una delle migliori prestazioni viste finora in campo.
Bocciare tutto a metà partita, mentre i ragazzi sono imbattuti e in piena corsa per tutti gli obiettivi, finisce solo per alimentare un pessimismo sterile. Un atteggiamento che non aiuta nessuno e che rischia unicamente di contagiare l’ambiente con una negatività di cui non abbiamo certo bisogno.
Sia chiaro: le ferite degli ultimi anni sono tante e fanno ancora male. Sappiamo tutti da dove veniamo. Pesano come macigni i vent’anni di sofferenze e la brutta retrocessione della scorsa stagione. La società, dal canto suo, sta facendo di tutto per far riavvicinare la gente e riaccendere la passione: basti pensare alla gara di ieri in Coppa Italia, con i biglietti messi a soli 5 euro per aumentare le presenze. Un gesto concreto a cui però, purtroppo, hanno risposto soltanto un centinaio di persone sugli spalti.
Ma la verità è che il passo più importante non deve farlo la società: dobbiamo farlo noi.
Ci siamo creati una protezione fatta di rabbia e delusione per evitare di prendere un’altra mazzata. Ma se continuiamo a guardare oggi pensando solo ai disastri di ieri, finisce che non ci godiamo nemmeno le cose buone. La società ci sta provando, la squadra in campo ci sta mettendo l’anima: adesso sta a noi decidere se rimanere a casa a borbottare o tornare allo stadio a dare una mano.
Inutile girarci intorno: siamo nel punto più basso della nostra storia calcistica, in un campionato che il Messina non aveva mai fatto. Ma oggi la realtà è questa. Non serve a niente piangersi addosso; bisogna rimboccarsi le maniche, calarsi nella categoria e fare blocco unico.
I momenti più belli della nostra storia avevano una cosa in comune: l’unione tra tutte le parti della città. Si parla spesso di tifosi, stampa, società, squadra e politica. Sulla politica però stendiamo un velo pietoso: sappiamo benissimo che negli ultimi anni non si è mai vista vicino al Messina ed è rimasta del tutto disinteressata sia alla squadra che ai nostri stadi.
Ma le altre quattro forze le possiamo e dobbiamo collegare subito tra loro: tifosi, stampa, società e squadra. Mettere insieme questi quattro pezzi è il primo passo per ritrovare quel clima unico che si respirava al “Celeste” alla fine degli anni ’90 in C2, quando uno stadio stracolmo spingeva il pallone in rete.
Ripartire da quel modello serve soprattutto a curare un’altra ferita profonda: le almeno due generazioni di tifosi che il Messina ha perso per strada in questi vent’anni. Per recuperare questo vuoto non servono le polemiche sui social o i malumori a fine primo tempo, ma un gesto semplice: portare di nuovo i bambini allo stadio. Dobbiamo accompagnarli sui gradoni, far sentire loro l’odore dell’erba e mostrare dal vivo i colori della maglia, esattamente come i nostri nonni, i nostri padri e i nostri zii hanno fatto con noi.
È lì che nasce tutto, vedendo da vicino una squadra che combatte. I ragazzi in campo stanno facendo la loro parte; adesso tocca a noi dimostrare che Messina ha ancora il coraggio di riaprire il cuore e sostenere questi colori prima, durante e dopo il 90°.
