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MESSINA, la vittoria dell’anima… oltre il calcio.

Una vittoria che pesa. Non solo per la classifica, ma per l’anima. L’ 1-0 di ieri contro il Ragusa restituisce un po’ di serenità a tutto l’ambiente giallorosso e, soprattutto, ai ragazzi che nonostante tutto non hanno mai smesso di crederci. Perché sì, un errore tecnico può capitare. Ma a chi non succede?

Eppure, quelli scesi in campo ieri — otto undicesimi erano gli stessi che ad agosto hanno detto sì a Messina senza sapere se il campionato sarebbe mai iniziato( per loro ), hanno dimostrato ancora una volta di che pasta sono fatti. Sono loro che hanno costruito un girone d’andata fuori da ogni logica, azzerando la penalizzazione in poche giornate e tenendo in piedi una baracca che sembrava destinata a crollare.

Senza nulla togliere ai nuovi arrivati, forse è su questo zoccolo duro che il mister dovrebbe puntare. Hanno motivazioni diverse, viscerali. Le stesse che si leggono negli occhi di Tourè. È lui a risolverla, uno di quelli che c’è dall’inizio del ritiro estivo. Uno che quando decide di ricordarsi che in questo campionato può fare la differenza, gli basta davvero poco. Il suo gol, un colpo alla Ibrahimovic per coordinazione e freddezza, regala tre punti vitali. Pesantissimi.

La partita è stata contratta, a tratti bloccata. Ma ci sta: la posta in palio era altissima e la paura di sbagliare ha inevitabilmente ingessato le gambe. La difesa, però, è sembrata quella dei giorni migliori, quella delle prime uscite stagionali. Tranne in quell’ultima azione, al 96’, che ha risvegliato vecchi fantasmi: solo la poca precisione e un pizzico di fortuna hanno evitato una beffa atroce.

In panchina, a guidare i ragazzi, non c’era Feola: squalificato, salterà anche la prossima e “forse pure le altre due per scaramanzia”, come ha detto lui stesso con un sorriso amaro. Al suo posto un allenatore Savanarola che, parole sue, “allenatore non è”. Eppure ha saputo gestire la tensione, leggere i momenti e condurre la squadra con lucidità. A fine gara, distrutto dalla pressione, ha scherzato: “Non so nemmeno se continuerò a fare questo mestiere”. Una battuta, ovviamente. Ma che racconta quanto costi, emotivamente, vivere queste partite.

Il dopo gara ha restituito immagini che fanno bene al cuore. Dichiarazioni normali, schiette, vogliose di riscatto. Niente proclami, solo voglia di non mollare. Davanti ai microfoni il capitano Garufi e il vice Trasciani, portatori sani di positività e onestà. Ci hanno messo la faccia anche quando non avrebbero dovuto, ieri se lo sono meritato.

E poi gli sguardi dei dirigenti in sala stampa. Criticati, spesso a sproposito, da chi professa amore per il Messina ma parla solo perché avrebbe voluto essere al loro posto. Eppure loro ci sono, hanno sempre fatto e continuano a fare il bene del Messina. Magari sbagliando, ma essendoci.

Diciamolo chiaramente: non è stato fatto ancora nulla. È vero, e va ripetuto. Ma se la squadra è quella vista ieri, l’obiettivo salvezza difficilmente sfuggirà. Magari non è stata una prestazione da copertina, esteticamente rivedibile, ma finalmente si è rivisto un gruppo. Quel gruppo che aveva acceso l’entusiasmo nella prima parte di stagione.

Tre battaglie separano il Messina dal traguardo. Servirà lo stesso spirito, la stessa fame, la stessa unità. Il futuro lo conosce solo Dio, ma il presente dice che questa squadra è viva. E non ha nessuna intenzione di mollare.