Addio ad Alex Zanardi, l’uomo che superò paura e pietà.
C’è stato un giorno, nel settembre del 2001, in cui Alex Zanardi ha smesso di essere solo un pilota. In Germania, la sua vita si è spezzata in due. E da lì ne è iniziata un’altra. Forse più grande. Alex Zanardi se n’è andato a 59 anni. Dal giugno 2020, dopo lo scontro in handbike durante una staffetta, la sua famiglia aveva scelto il silenzio. Un riserbo assoluto, dignitoso, come era nello stile dell’uomo prima ancora che del campione. Poi, in un pomeriggio di gara al Lausitzring, quelle mani hanno dovuto imparare a guidare una vita diversa. Ha perso le gambe, ma non la strada. E allora ha ricominciato. Con la stessa fame, con la stessa lucidità feroce. È salito su una handbike e ha riscritto il concetto di limite. Quattro ori paralimpici, dodici mondiali, ma i numeri qui servono solo a misurare l’impresa. La sua vera vittoria è stata un’altra: trasformare la tragedia in un messaggio. Dimostrare che ci si può rialzare, anche senza gambe, e pedalare più forte di prima. Chi lo ha incontrato non parla di tempi o medaglie. Parla di un sorriso. Un sorriso pieno, mai di circostanza, che arrivava dopo l’inferno e per questo valeva doppio. Zanardi non dava lezioni. Le viveva. E insegnava che la resilienza non è una parola da convegno, ma una scelta che fai ogni mattina quando decidi di non arrenderti. Oggi quel sorriso si è spento, ma resta appeso a migliaia di storie. A chi ha preso una handbike per la prima volta grazie a lui. A chi ha trovato il coraggio di ricominciare guardandolo. A chi, semplicemente, ha capito che nessun traguardo è precluso se hai la forza di reinventarlo. Alex Zanardi è stato due volte campione. La prima in pista. La seconda nella vita. Ed è la seconda, quella che non si misura in secondi, a renderlo immortale.
Il Coni ha disposto che in tutte le manifestazioni sportive del weekend e a qualunque livello venga osservato un momento di raccoglimento in memoria dell’atleta scomparso
