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MESSINA, LE LACRIME DEI TRADITI E IL SILENZIO DEI TRADITORI

Certe città non tifano semplicemente per una squadra di calcio: la vivono come un pezzo della propria pelle. Hanno il cuore pieno di mare e di speranza, la voce rauca per i cori cantati nei giorni di pioggia e le mani segnate da anni di sacrifici, chilometri percorsi e sogni puntualmente infranti a un passo dalla felicità.
​Messina, la gloriosa e tormentata città dello Stretto, sa fin troppo bene cosa significhi amare senza riserve. E oggi, con l’anima gonfia di rabbia e di un’amarezza che toglie il fiato, si ritrova a fare i conti con l’ennesimo macigno: venti punti di penalizzazione. Una stangata improvvisa, feroce, arrivata come un fulmine a ciel sereno capace di gelare l’entusiasmo proprio quando l’orizzonte aveva ricominciato a colorarsi di giallorosso.
​Eppure, fino a poche ore prima, sembrava una favola perfetta. C’era la notizia del “Celeste” — la storica, indimenticabile casa dei tifosi peloritani — finalmente tornato ad accogliere il battito, anche se a mezzo servizio, di un intero stadio. C’era una squadra costruita con investimenti importanti e tanta ambizione, una corazzata che era prima in campionato e volava in Coppa Italia, inanellando vittorie su vittorie e regalando un entusiasmo contagioso dopo la cocente delusione della retrocessione dello scorso anno.
​Sembrava tutto troppo bello per essere vero.
​Poi, la doccia fredda. Venti punti di penalizzazione che si abbattono come un verdetto impietoso, a fare il paio con i quattordici dello scorso anno. Un fardello insostenibile per chi, in vent’anni, ha collezionato troppe delusioni e troppe ferite aperte.
​Viene naturale chiedersi, con la voce che trema e gli occhi lucidi: “Cosa abbiamo fatto di male per meritarci tutto questo? Quanto ancora dovremo pagare?” È un interrogativo che pesa come piombo, un grido di dolore che attraversa i quartieri della città, alla ricerca di risposte che sembrano non arrivare mai.
​Ma la rabbia più grande, quella che fa davvero male, esplode guardandosi intorno. Perché oggi rispuntano tutti: consiglieri, politici, perfino il Sindaco che di fronte a ogni problema ha sempre detto “ci penso io”, salvo poi dimenticarsi di tutto. Perché, in fondo, del Messina non è mai importato veramente a nessuno delle istituzioni. È troppo comodo riapparire adesso solo per convenienza o passerella, dopo aver voltato le spalle a una piazza lasciata sola a raccogliere le proprie macerie, tra promesse vuote e un silenzio assordante.
​Ed è proprio qui che la storia di questa città si intreccia con quella della sua squadra. Messina ha nel DNA la tempra di chi sa cosa significa ripartire dalle fondamenta, come dopo quel maledetto 1908 in cui tutto fu raso al suolo eppure la città seppe risorgere dalle proprie rovine. È un destino scritto nella pietra: cadere, contare le ferite, ma trovare sempre la forza di ricostruire.
​In questo momento così buio emerge la vera essenza del tifoso del Messina.
​Perché c’è una differenza abissale tra chi specula e chi c’è sempre, a prescindere da tutto. Il tifoso vero, quello che ha pulito le ferite con il sale della passione e ha continuato a sostenere i colori anche nelle ore più buie, sa che la dignità non si misura con i punti di una classifica.
​Ed è per questo che ora serve stringersi attorno alla squadra e a chi ci ha messo la faccia. Un pensiero speciale va al presidente Davis, venuto da lontano per investire risorse economiche e cercare di far rinascere l’ Acr Messina, mettendoci la faccia e dimostrando una concretezza che in questa città, negli ultimi vent’anni, si era quasi dimenticata.
​A lui diciamo di non mollare, perché dopo vent’anni di sacrifici e di attesa, questo tunnel prima o poi dovrà pur finire e regalarci una gioia vera.
​I tribunali sportivi e le aule di giustizia potranno anche cancellare i punti accumulati sudore dopo sudore sul rettangolo verde. Ma c’è una cosa che nessuna sentenza potrà mai radere al suolo: l’orgoglio testardo di una tifoseria che si rialza sempre. Perché a Messina il calcio non è un semplice passatempo, è un legame viscerale che non conosce categorie né scartoffie. La palla rotola ancora, e finché ci sarà chi difende questi colori con il cuore, la nostra storia non si fermerà.