L’ANGOLO DEL TIFOSO: ” Figlio mio, ti spiego cos’è il Derby dello Stretto: quando il mare divide e il cuore non sceglie
Figlio mio, ti spiego cos’è il Derby dello Stretto: quando il mare divide e il cuore non sceglie
Di Fabio Silipigni (tifoso indipendente)
«Papà, perché questo derby è diverso dagli altri?»
Il padre sorride, guarda il mare dalla finestra, quello stesso mare che separa e unisce, e comincia a raccontare.
Vedi, figlio mio, Reggina e Messina non sono solo due squadre.
Sono due città che si guardano ogni giorno negli occhi, da due sponde diverse dello stesso respiro. Calabria e Sicilia. Due regioni, due anime, un solo Stretto.
E in mezzo, quell’acqua che non divide davvero mai, perché le emozioni, quelle, attraversano tutto.
Il Derby dello Stretto è fatto di anni di rivalità accese, di scontri duri, di silenzi pesanti e di sorrisi amari. Ma anche di abbracci trattenuti, di rispetto non detto, di applausi soffocati.
È una storia che non nasce ieri. Nasce da lontano, nell’aprile del 1924, quando ancora il calcio aveva l’odore della terra battuta e delle maglie cucite a mano.
Allora non si chiamavano ancora Reggina e Messina come le conosciamo oggi.
Si giocava all’“Enzo Geraci” di Messina, Unione Sportiva Peloro contro Reggio Foot Ball Club. Finì 2-1 per i siciliani.
Ma pochi giorni dopo, il 14 aprile, alla “Lanterna Rossa” di Reggio Calabria, la risposta fu immediata: 3-2 per i calabresi.
Era già tutto lì, figlio mio. Il destino di una sfida che non sarebbe mai stata come le altre.
Negli anni, quel derby è cresciuto con le città, con la gente, con le generazioni.
È passato dalla Serie A con il Granillo gremito, un muro amaranto che tremava, fino alla Serie D, dove il cuore batte lo stesso, forse anche più forte, perché quando cadi impari davvero cosa significa appartenere.
Ci sono state stagioni che hanno fatto male.
Come il 2006-2007, quando la Reggina, penalizzata dopo Calciopoli, sembrava spacciata. E invece no.
Si salvò. Vinse 3-1. Rimase in Serie A.
Il Messina, invece, retrocesse. E il derby, ancora una volta, lasciò ferite che solo il tempo può cicatrizzare.
E prima ancora, 30 aprile 2006.
Una partita che valeva una stagione intera. La permanenza nella massima serie.
Reggina-Messina finì 3-0. Amaranto salvi. Peloritani condannati.
Non fu gioia piena, figlio mio. Fu una vittoria che sapeva di sollievo, ma anche di rispetto per chi, dall’altra parte, stava cadendo.
Perché il Derby dello Stretto è così: non si vince mai senza guardare anche chi perde.
E poi ci sono gli uomini, quelli che hanno dato un volto a questa storia.
A Messina c’erano guerrieri come Christian Riganò, simbolo di fame e sacrificio.
C’era Arturo Di Napoli, il Re Artù dello Stretto, che faceva gol come se fossero promesse mantenute.
E Riccardo Zampagna, ruvido, vero, impossibile da ignorare.
A Reggio, invece, c’era poesia e rabbia insieme.
Francesco Cozza, che con quella fascia sembrava portarsi addosso tutta la città.
Nicola Amoruso, gol pesanti come macigni.
E Rolando Bianchi, che faceva tremare le difese e sognare la curva.
«Capisci ora, figlio mio?»
Il padre si ferma, abbassa la voce.
Questo derby non è solo novanta minuti.
È una storia che passa di padre in figlio, è una traversata quotidiana di emozioni, è un mare che separa le maglie ma unisce le passioni.
È guardare l’altra sponda e sapere che lì c’è qualcuno che soffre e gioisce esattamente come te, solo con colori diversi.
Reggina e Messina.
Messina e Reggina.
Due volti dello stesso Stretto.
E ogni volta che si affrontano, il mare si ferma ad ascoltare.💛❤️
