Di Fabio Mazzeo
Non è più vergogna. È diventata abitudine. Dodici anni fuori dai Mondiali. Per una nazionale che ha quattro Coppe del Mondo, in un Paese che per decenni ha fatto del calcio una lingua nazionale, è un fallimento totale. Un fallimento senza facce in grado di vergognarsi.
Non è la sconfitta con la Bosnia. È il crollo di un sistema.
È vero, non ci sono più Pirlo, Totti e Del Piero. Ma con le facce che comandano oggi il calcio italiano,senza pudore, senza vergogna e senza una luce di competenza, viene quasi da pensare che, se stessero per nascere, farebbero di tutto per convincere le madri ad andare a partorire in Spagna, in Belgio, in Olanda. O almeno in Norvegia.
Gravina governa il calcio italiano da anni, otto da presidente federale, con risultati disastrosi e senza mai una parola di autocritica. Si è fatto sbattere la porta in faccia da Mancini, ha lasciato Spalletti solo a consumarsi nel fallimento da ct e poi ha scelto Gattuso: uomo vero, figura generosa, ma mai allenatore di primo livello per una Nazionale che dovrebbe puntare all’eccellenza, non alla consolazione emotiva.
Nel frattempo, giusto per rimanere in casa anche nostra, il Brasile, quando deve rilanciarsi, prende l’italiano Ancelotti dal Real Madrid. Noi invece scegliamo sempre la scorciatoia sentimentale, la toppa identitaria che è peggio del vuoto di progetti, il riflesso nostalgico che genererà disastri e lo sappiamo.
In tutti questi anni, dirigenti senza idee non sono stati capaci di una riforma seria. Non una ristrutturazione dei campionati, non una rivoluzione dei vivai. Non un sistema che favorisca davvero l’ingresso dei giovani in campo. Non una scelta strutturale che costringa i club a investire sul calcio italiano. E niente contro le curve gestite da clan mafiosi e che tengono sotto scacco società sportive, allenatori e calciatori, niente contro chi gestisce le finanze dei club con soldi provenienti da chissà dove e di chissà chi. Niente per risolvere con una nuova classe arbitrale di professionisti una svolta epocale come il Var, che solo in Italia ha combinato disastri capaci di rendere illeggibile ogni partita. Niente. Hanno amministrato il disastro alimentandolo, raccontando il declino come se fosse sfortuna.
Non hanno capito nemmeno la vittoria all’Europeo. E da quell’errore di analisi non si sono più ripresi. D’altra parte, quale dirigente avrebbe dovuto avere un guizzo, un sussulto, De Siervo? L’ amministratore delegato della Lega di Serie A, che arriva a spiegare la crisi del calcio italiano e perfino la mancanza di talenti con la pirateria di chi usa il pezzotto invece di abbonarsi a DAZN? Scaricare la colpa: sui consumatori, sul destino, sulla mancata espulsione, è tutto quello che sanno fare dopo aver svuotato il calcio di visione. È questo il segno perfetto della bancarotta culturale di chi lo guida.
E accanto ai dirigenti ci sono in Tv i trombettieri del nulla: commentatori e narratori che ogni stagione ci vendono “fenomeni” che alla prova dei fatti sono buoni giocatori, spesso normali, spesso sopravvalutati, quasi mai decisivi davvero.
Poi arriva la sconfitta con la Bosnia e parlano del ritmo del nostro calcio, del nostro campionato, quello che loro provano a dare con le telecronache forsennate piene di parole senza senso. Ma quale ritmo? Usciamo dal Mondiale contro una squadra piena di panchinari, con Dzeko a quarant’anni, con giocatori che militano anche nel nostro campionato e che noi consideriamo comprimari. Muharemović gioca nel Sassuolo, no? Eppure in campo sembrava lui appartenere a un sistema serio e noi a uno improvvisato. O parlano degli arbitraggi, l’alibi dei perdenti, da sempre.
La verità è brutale: siamo indietro. Indietro nella testa, nelle idee, nella competenza, nel coraggio. Mentre gli altri costruiscono, noi conserviamo. Mentre gli altri innovano, noi ci affidiamo alle relazioni, alle rendite, alle facce di sempre, agli alibi di sempre.
E attenzione: i talenti in Italia nascono ancora. Nascono eccome. Lo dimostrano Sinner e tutta la nuova generazione dei tennisti italiani. I fenomeni della pallavolo maschile e femminile. Gli sciatori. Lo dimostra Kimi Antonelli. Il problema non è il materiale umano. Il problema è che il talento, per diventare eccellenza, ha bisogno di strutture, metodo, buoni maestri, visione. Ma questo i Gravina e compagnia non lo sanno perché vengono dalla mediocrità. Dove organizzazione e strutture esistono, gli italiani emergono. Nel rugby e perfino nel baseball abbiamo fatto passi da gigante. Dove invece regnano improvvisazione, conservazione e mediocrità dirigenziale, il talento si perde, si spegne o va altrove. È l’Italia che va così. Gli undici in campo siamo noi. È il nostro sistema. È la nostra classe dirigente. È il nostro vizio nazionale di difendere l’esistente anche quando sta marcendo. È l’Italia che vaga nel caos mondiale senza un ruolo, senza sapere dove andare.
E intanto i ragazzi davanti alla tv cambiano i loro gusti e saranno loro a trasformarci culturalmente come nazione. Ci sono ventenni che non hanno ricordi di una nazionale di calcio. Guardano Sinner. Guardano Antonelli. Guardano chi vince davvero, chi cresce in ambienti seri, chi dà l’idea di futuro.
Guardate le facce di Sinner e Antonelli: sembrano dirti “dai, vieni a vincere insieme a me”. Trasmettono gioia, entusiasmo, generano vita e se ne nutrono. Poi guardate le facce dei calciatori: sembrano spente, come se stessero affrontando il lavoro più difficile del mondo, con l’aria di chi non può compiere un’impresa che non è nemmeno nella loro agenda.
E il calcio, lentamente, esce dall’immaginazione dei più giovani, dalla loro passione, dalla loro agenda emotiva.
Questi dirigenti non stanno solo perdendo partite. Stanno distruggendo lo sport nazionale.
Non è soltanto un’altra mancata qualificazione. È la certificazione di un fallimento. Il loro fallimento da incapaci burocrati senza idee e senza dignità.

