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Acr Messina – Oggi 17 giugno 2026 – 25 anni fa il via ad una storia di gioie, lacrime e tristi assenze

Venticinque anni. Un quarto di secolo. Un lasso di tempo sufficiente a far crescere i bambini di allora, a mutare i connotati di una città, a far sbiadire i ricordi meno forti. Ma ci sono date che il tempo non può scalfire, giorni rimasti impressi nella memoria collettiva come cicatrici indelebili, fatte di gioia purissima e di un dolore lacerante che, a distanza di venticinque anni, toglie ancora il fiato. Il 17 giugno 2001, per Messina e per il popolo giallorosso, non sarà mai una data qualunque. Forse, dopotutto, era davvero un destino già scritto, come disse un giorno Enrico Buonocore: “una storia che doveva passare inevitabilmente attraverso la sofferenza prima di toccare il cielo”

Dalla beffa di Avellino all’apoteosi del “Celeste

Quel destino sembrava essersi spezzato soltanto due settimane prima, nell’ultima maledetta giornata di campionato ad Avellino. Una partita drammatica, segnata dal calcio di rigore fallito da Vittorio Torino che avrebbe regalato al Messina la Serie B diretta senza l’inferno dei play-off. Sembrava la fine di un sogno, e invece fu solo l’inizio di una sceneggiatura ancora più epica.
​Dopo l’1-1 dell’andata al “Massimino” firmato da Ciccio Marra su un assist al bacio di Denis Godeas, arrivò il giorno del giudizio. Un “Giovanni Celeste” traboccante, un catino bollente d’ansia, passione e orgoglio, guidato in panchina dalla sapienza tattica e dalla grinta di mister Carlo Florimbi. Finì 1-0. Decise un calcio di rigore di Salvatore Sullo, procurato proprio da quel Godeas che in quell’annata dominava le aree di rigore. Ma quella promozione passò anche e soprattutto dalle mani protese di Mimmo Cecere, il compianto portierone giallorosso, che allo scadere compì un miracolo assoluto, strozzando in gola il gol del pareggio etneo e negando quei supplementari che avrebbero colpito all’inverosimile cuori già stremati.
​Era una squadra speciale, plasmata dall’allora presidente Emanuele Aliotta, un uomo visceralmente innamorato della sua gente e dei suoi colori. Un gruppo formato da uomini prima, e da calciatori poi: i vari Bertoni, Di Fausto, Milana, Sportillo, Torino, Buonocore, pilastri di un connubio perfetto tra squadra, stampa e tifoseria che per certi versi rievocava la leggendaria era di Massimino e dei “bastardi” di Franco Scoglio.

La gioia strozzata: il sacrificio di Tonino Currò

Ma il destino, quel giorno, decise di presentare un conto troppo salato, trasformando l’attesa del match in un incubo ancor prima del fischio d’inizio. La partita non era ancora cominciata, le squadre non erano scese in campo, quando dal settore ospite si consumò la tragedia: un petardo, lanciato in modo scellerato, colpiva alla testa un giovane tifoso giallorosso, Tonino Currò.
​In pochissimi, nel caos e nella tensione del pre-partita al Celeste, compresero subito la reale gravità di quanto accaduto. Il match si giocò, la festa per la promozione scattò, ma fu una gioia strozzata in gola. Tonino si spense pochi giorni dopo in ospedale, lasciando una famiglia distrutta e una ferita aperta nel cuore dell’intera città. A venticinque anni di distanza, il ricordo di Tonino non è sbiadito: la curva dello stadio “San Filippo” porta il suo nome, ma resta il peso immenso di una vita spezzata prima ancora che il pallone iniziasse a rotolare. Una macchia di dolore indelebile su una giornata che doveva essere solo di festa.

Il filo della memoria: chi non c’è più

​Guardarsi indietro oggi fa male anche per le troppe assenze che questo quarto di secolo si è portato via. In venticinque anni siamo cresciuti tutti, ma molti protagonisti di quella splendida epopea ci hanno lasciato, a partire dal presidentissimo Emanuele Aliotta, l’anima di quel miracolo sportivo, fino a figure indimenticabili come il ds Nicola Salerno e il portierone Mimmo Cecere. Insieme a loro, se ne sono andate anche voci e cuori storici di quella Messina sportiva, rendendo quel passato ancora più nostalgico e distante, ma scolpito per sempre nell’eternità.

Un presente da cui ripartire:

Dopo quel 2001 arrivarono gli anni d’oro, culminati, tre stagioni più tardi con la storica promozione in Serie A. Poi, lentamente, il buio. Fino al dramma sportivo di nemmeno un mese fa, con la dolorosa retrocessione in Eccellenza che ha fatto sprofondare la piazza nel punto più basso della sua storia recente.
​Oggi il panorama è radicalmente mutato. C’è una proprietà straniera al timone e sappiamo bene che il presidente Davis, per ovvie ragioni di background e distanza, non potrà mai essere un Aliotta. Eppure, l’amarezza per il verdetto del campo sta generando un clima di critiche decisamente esagerate e ingenerose. Bisogna essere onesti: Davis è arrivato da nemmeno un anno. A Messina abbiamo visto gestioni societarie durate otto anni che hanno prodotto soltanto macerie e danni incalcolabili, eppure nei loro confronti non si è mai sollevato un polverone di questa portata, né una simile ferocia mediatica e di piazza.
​Le colpe vanno distribuite con lucidità: il presidente ce la sta mettendo tutta per il bene del Messina. Forse starà sbagliando le persone a cui affidarsi (vedi la gestione del mercato invernale di Pagniello) , ma i fatti dicono che i soldi, lui, li sta mettendo per davvero. Un investimento pesante, da un milione e mezzo di euro, che rappresenta l’unico vero appiglio alla realtà: senza il suo sforzo economico, oggi il calcio a Messina sarebbe semplicemente morto e sepolto.
​Proprio nel ricordo di quel 17 giugno di venticinque anni fa, la città deve ritrovare equilibrio e compattezza. Il passato è un gigante difficile da eguagliare, ma per tornare a guardare al futuro serve rispetto per chi oggi tiene accesa la fiammella e garantisce la sopravvivenza del nostro calcio. Dobbiamo rialzarci per la storia di questa città, per la sua gente, e sempre nel nome di Tonino.

 

 

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