Di Borg in figlio:”Il mio nome è Leo, sono l’erede di Bjorn”


Un nome qualunque non esiste: ogni nome reca una certa carica di destino. La frase di Tommaso Landolfi, uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento, sembra congegnata appositamente per abbozzare il ritratto dei figli d’arte, condannati dalla vita a inseguire l’ombra pesante della gloria dei genitori, soprattutto se questi hanno flirtato con la leggenda. E quando hai vinto sei volte il Roland Garros e cinque (consecutive) Wimbledon, diventando un’icona anche culturale e trasformando il tennis nel fenomeno pop che oggi conosciamo, puoi davvero dare del tu al mito.

LE LACRIME DI MAMMA Perciò, devono esistere situazioni meno complicate nella vita che possedere lo stesso Dna di Bjorn Borg e per di più scegliere di seguirne le orme con una racchetta in mano. Ci si mettono perfino i bookmaker, a gravare il fardello di un’eredità pesantissima: è di questi giorni la notizia che un’agenzia di scommesse londinese ha quotato 1000 a 1 la vittoria di Leo Borg a Wimbledon nel 2023. La data non è casuale: il rampollo allora compirà vent’anni, l’età che aveva il celeberrimo padre quando trionfò per la prima volta ai Championships. Un bel carico, non c’è che dire. Non a caso, quando decenne rivelò a mamma Patricia (Östfeldt, terza e attuale moglie dell’ex campione) di voler provare a diventare qualcuno nel tennis, lei si mise a piangere: «Era bravo pure a calcio, speravo non scegliesse lo stesso sport del padre, perché non volevo che passasse ogni giorno a convivere con un paragone così ingombrante. Ero spaventata». Bjorn non l’ha presa così tragicamente: «Sicuramente a ogni passo che fa gli ricordano di chi è figlio, e di certo è un peso. Ma Patricia e io, come genitori, cerchiamo di assicurarci che la sua vita scorra il più tranquillamente possibile. È il nostro compito. Perciò l’unica persona che può mettergli pressione è lui stesso».

SOLO UN PADRE Intanto il giovane Leo cresce per gradi, ed è già una promessa conclamata. A ottobre, durante il torneo Atp di Stoccolma, gli è stato consegnato un assegno di 11.000 euro come miglior under 16 di Svezia per aver disputato le quattro finali più importanti della sua categoria d’età, ottenendo due vittorie. La premiazione è stata celebrata al Royal Tennis Club, un monumento della storia tennistica scandinava, con le sue sedie di legno in tribuna e ricordi di Borg (Bjorn) in ogni angolo, dalle sue foto alle cronache delle sue prime partite fino ai poster delle vittorie più grandi. Leo non ne è rimasto affatto turbato: «Perché avrei dovuto? Ho sempre saputo cosa ha rappresentato mio padre». E se ce ne fosse stato bisogno, ci ha pensato un film (l’ormai famoso «Borg-McEnroe» del 2017) a legarne ancor di più le sorti, con il figlio che, scelto casualmente, ha poi interpretato papà nelle scene da bambino. Con un passaggio cult e assai significativo, i palleggi contro il garage di casa che furono il primo contatto di Bjorn con il tennis e più di cinquant’anni dopo anche di Leo: i medesimi inizi. Tuttavia la presenza dell’Orso di Ghiaccio accanto all’erede è sempre stata improntata al basso profilo. Difficilmente viaggia all’estero con il figlio per non esporlo troppo, ci gioca qualche volta in estate, gli dà qualche consiglio ma non ha mai avuto intenzione di allenarlo. Il coach da cinque anni è Rickard Billing, 46 anni, uno che conserva ancora come una reliquia l’autografo con dedica di Bjorn giocatore e con il quale il campione di 11 Slam è stato limpido fin da subito: «Io sono solo un ex tennista e sono suo padre: essere suo allenatore è unicamente compito tuo».

IL FUTURO Certo, poi resta la questione non secondaria di cotanto sangue che scorre nelle vene del ragazzino. Due anni fa, ai P’tit As di Tarbes, il più importante torneo Under 14 del mondo, quando si scoprì che quel Borg era proprio il figlio di, gli organizzatori dovettero mettere in piedi una conferenza stampa improvvisata perché piovvero richieste da tutto il mondo e Leo, turbatissimo, in pratica si fece eliminare al secondo turno per non dovere sottoporsi tutte le volte al rito della vivisezione mediatica. Quest’estate, invece, prima di un viaggio a Cipro per un torneo, mamma si accorse che sull’aereo avrebbero trasmesso appunto il film «Borg-McEnroe» e d’accordo con la compagnia spostò il trasferimento al giorno dopo per non creare turbative in volo. Una cappa con cui il piccolo Borg dovrà convivere per sempre, soprattutto dal 2019 quando, finito il percorso scolastico, inizierà a giocare di più all’estero. Per non fargli mancare nulla del passato la Fila, storica azienda (italiana) di abbigliamento che vestiva il padre, lo ha messo sotto contratto per 50.000 dollari. Solo nello stile, rovescio bimane a parte, Leo vive di luce propria: «È molto più aggressivo del padre — analizza Mats Wilander — come richiede il gioco moderno. La mia generazione ha conosciuto il tennis attraverso Bjorn, spero che Leo riporti sui campi i bambini svedesi di oggi». Una famiglia in missione.

fonte Gazzetta.it